Che cos’è un Bagaglio emotivo? E cosa c’entra questo concetto con i Beni Culturali e i Musei? Se devo parlare di Beni Culturali e di Musei, io immediatamente mi riconduco alla mia esperienza vissuta, al mio soggettivo modo di esperirli e di viverli in prima persona. E, in particolare, alla sensazione provata nel momento in cui certi beni culturali sono diventati per me vissuto emotivo ed esperienza soggettiva. Fino a significare poi qualcosa e, di conseguenza, fino a giungere al momento in cui mi hanno comunicato e rappresentato, diventando conoscenza e memoria. Questo percorso a stadi è un processo fondamentale, se devo riflettere sul rapporto tra “beni culturali”, “emozione”, “apprendimento” e “fruizione”. Ogni stadio ha la propria importanza e funzione nel mio bagaglio emotivo. In primo luogo, questo percorso parte però dalle emozioni; dalle “visioni in prima persona”.
La mia formazione filosofica e gli studi effettuati su “Percezione e filosofia delle mente” mi portano inevitabilmente a sottolineare come, nel dibattito filosofico attuale su mente, coscienza, percezione e conoscenza, alcuni filosofi contemporanei cercano di rivalutare il carattere soggettivo di certi stati mentali (i cosiddetti qualia) che, in quanto soggettivi e personali, restano fondamentali nel processo percettivo e conoscitivo umano, e risultano non riproducibili materialmente o funzionalmente. In questo ambito di ricerca, si arriva a evidenziare il valore conoscitivo dell’emozione e dell’intuizione e, quindi, la necessità di effettuare un’attenta analisi fenomenologica che parta da questi vissuti soggettivi quali fonte primaria di conoscenza. Quei vissuti soggettivi di coscienza che, nella terminologia filosofica tedesca, sono anche detti Erlebnisse. Questo riferimento, mi è utile per evidenziare come, nel suddetto dibattito attualmente in corso, si stia riscoprendo l’assunto per cui la conoscenza personale non possa prescindere da questa esperienza soggettiva e che proprio questa soggettività del percepire caratterizza l’apprendimento e la conoscenza umana. Per cui ogni entusiasmante e futuristica ipotesi di una riproduzione tecnologica e virtuale, cyborg e artificiale che sia, tramite eventuali macchine che simulano il comportamento umano, non può che scontrarsi con questo assunto del valore soggettivo dell’esperire. Percepire e conoscere significa farlo in prima persona e l’emozione, l’intuizione, “l’effetto che fa” essere soggetto di esperienza è qualcosa di unico e di imprescindibile che rende tali i soggetti umani.
Cosa c’entra tutto ciò e in che rapporto sta con i musei e la problematica della fruizione dei Beni Culturali? C’entra, perché secondo me i Beni Culturali sono prima di tutto vissuto. Prima di essere conoscenza, prima di diventare memoria e patrimonio collettivo, un Bene Culturale si caratterizza in quanto vissuto. Se così non fosse, allora un Bene Culturale rischierebbe di diventare sterile, di non rappresentare e di comunicare troppo poco. Vissuto ed emozione per me sono due processi che vanno di pari passo. Pertanto, comunicare un Bene Culturale può significare partire dal presupposto che esso possa emozionare e coinvolgere un soggetto umano, secondo modalità che non sono soltanto quelle della conoscenza, del sapere intellettuale ed erudito, ma che riguardano anche un ambito “altro” del conoscere e dell’esperire. Se un Bene deve informare, erudire, educare, in primo luogo deve anche interessare, coinvolgere, attirare l’attenzione. Spesso, e soprattutto nella nostra bella città, si vedono soluzioni di fruizione che, se pur mirabilmente e giustamente orientate verso uno scopo educativo-didattico, restano pesantemente penalizzate da una situazione poco coinvolgente, a volte poco strutturata in vista di un’utenza che si caratterizza secondo specifici gusti, esigenze, interessi e modalità emotive di apprendimento. L’uomo che visita un museo, che fruisce di un Bene Culturale in un contesto espositivo reale o virtuale che sia, è l’uomo contemporaneo e questo sarebbe necessario considerarlo e tenerlo sempre presente nelle diverse soluzioni e ipotesi di comunicazione di un Bene Culturale. L’utenza a cui esso è rivolto si chiama anche “contemporaneità” e prima di essere futuro essa è soprattutto presente, dopo che è stata passato.
Una domanda interessante potrebbe essere questa: oggi come e che cosa può comunicare un Bene Culturale? E, inoltre, questi Beni Culturali come possono essere a loro volta comunicati? Una risposta può forse venire partendo proprio da un’attenta analisi dell’utenza a cui il Bene è indirizzato, prestando uno sguardo particolare alla realtà contemporanea. Realtà contemporanea che significa non solo arte, ma anche vita e cultura nel suo senso più ampio. La sfida sta nel saper imparare a lasciarsi provocare dall’esperienza stessa e, quindi, a saper cambiare con il tempo che passa. Riuscendo a rinnovarsi, senza ancorarsi in modo sterile al solo antico patrimonio, fermi nell’ottica volta alla sua sola conservazione.
Segni positivi in questa direzione si stanno evidenziando, frutto di un’esigenza più o meno esplicita di valorizzazione e di comunicazione diversa. Forse, nelle realtà dove la presenza di tale patrimonio artistico è stata meno significativa storicamente, risulta più facile dare espressione a questo sentire. Alcuni musei europei e americani, hanno molto da insegnarci in proposito. La ricchezza del patrimonio culturale italiano, in questo senso, ci rallenta abbastanza nei tempi e nelle dinamiche di realizzazione. Ma volgendosi in una direzione che valorizzi i “vissuti in prima persona”, io credo che possano aprirsi nuovi scenari e itinerari di sviluppo e di comunicazione dei Beni Culturali. Mi ricordo un articolo di un noto settimanale dove anni fa si parlava di “Musei che sorpresa!” e del premio 2007 EMYA (European Museum of the Year Award), vinto come miglior museo dell’anno dal nuovo “German Emigration Center” di Bremerhaven. Il più grande museo tedesco dell’emigrazione, si scriveva, offre esperienze emotive oltre che storiche al visitatore, il quale si muove attraverso il tempo e lo spazio. All’ingresso un biglietto elettronico viene a svelare la biografia di un emigrato realmente esistito. Si avvia, in questo modo, un processo di “identificazione” da parte del visitatore con uno dei sette milioni di tedeschi ed europei dell’Est partiti dal grande porto tedesco tra il 1830 e il 1974. La vita quotidiana di persone comuni diventa così documento storico e racconto. Grazie a un allestimento scenografico di forte impatto che fa uso di tecniche teatrali e istallazioni multimediali, le quali ricostruiscono il molo delle partenze o i corridoi della nave dei lunghi viaggi. Tutto all’interno di uno spazio pensato come un grande palcoscenico. In questo articolo viene evidenziato come negli ultimi anni le sedi espositive in Europa mostrino di puntare sempre più alla teatralizzazione dei propri spazi. Diventando, così, non solo contenitori delle opere d’arte, ma percorsi capaci di trascinare il visitatore in un’esperienza singolare e unica. Altri esempi descritti, riguardano tutti musei che cercano di comunicare reinterpretandosi in veste contemporanea, proponendo nuovi itinerari emotivi di fruizione delle proprie opere. Per esempio, creando mostre su tematiche sociologiche attuali che riguardano la storia recente, la guerra, i diritti umani, la salute o la malattia mentale. “L’arte”, era scritto, “sembra vincere ancora sull’originalità dei temi solo se contemporanea e capace di sorprendere, laddove il resto è fatto dalla qualità espositiva, dall’architettura e dai servizi presenti”.
Qualche estate fa mi trovavo con un amico al Forte Belvedere di Firenze, dopo aver visitato una mostra collettiva di due fotografi che in quel momento mi è risultata un po’ troppo estranea dal contesto e sconnessa dal senso del luogo, e anche troppo povera dal punto di vista informativo e comunicativo, quasi fosse casualmente in quel posto a riempire uno spazio comunque ricco di potenzialità. Guardando poi il magnifico panorama del notturno fiorentino ho esclamato con un senso di meraviglia: “Che bello!”. Il mio amico mi ha risposto: “Sì, è bello, peccato però che spesso di Firenze si possa dire soprattutto questo: che bella!”. Il mio amico aveva già deciso di trasferirsi a vivere a Siviglia. Forse questa scelta stava anche alla base della sua diretta affermazione, che in quel momento mi ha un po’ irritato e provocato nella sua criticità, distogliendomi dal rapimento estetico che stavo vivendo. Mi chiedo, però, se non ci sia comunque un minimo di verità in quella sua affermazione. Forse, Firenze è spesso e soprattutto solo una bella città? E bella in che cosa e per chi, se tutto questo bello a volte non basta?
Alla luce di queste riflessioni sul mio “bagaglio emotivo”, lasciando aperta la risposta personale che ciascuno può dare alla domanda del mio amico, penso che per tracciare un percorso di analisi e di ricerca su #museimotivi si debba appunto considerare due assunti fondamentali che stanno alla base della nostra fruizione di un bene culturale: l’emozione e l’apprendimento. In particolare, analizzando i possibili scenari di utilizzo di tali assunti nel contesto contemporaneo, quello relativo all’innovazione tecnologica applicata ai beni culturali, alla museografia, alla museologia e all’audience development/engagement. Ovvero analizzare come sia possibile e se possa essere, in qualche modo, utile o necessario progettare modalità di fruizione e percorsi diversi, in un’ottica di dialogo interdisciplinare per colmare il gap tra il #cosa, il #come, il #mezzo e il #chi, e per ri-comunicare e fare cantare il ricco patrimonio culturale umano che ci appartiene.
Questo, dal mio #puntodivista, è ciò che mi ha ispirato #museiemotivi.
Cosa ne pensate Community, qual’è il vostro?

.
Grazie Paolo per avere condiviso il tuo “bagaglio emotivo” e, soprattutto, per l’intelligente e accurata organizzazione del corso, il quale mi ha fornito moltissimi spunti di riflessione. Ci risentiamo a breve con i primi report sull’applicazione di tali riflessioni nel mio lavoro al museo. Sono in pieno fervore creativo grazie a voi!!!
grazie Emanuela! sarebbe bello se condivideste qui attività, novità ed iniziative dei vostri musei… magari con qualche bella foto!
io ho sempre pensato che se almeno un po’ una forma d’arte non parla anche di te, a vari livelli: conoscitivo, estetico, emozionale, esperienziale; non ci possa essere riconoscimento… trovare tali chiavi è il compito di chi cura e diffonde questo patrimonio, la tecnologia credo sia un mezzo efficace per raggiungere l’obiettivo